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Quel che c’è di tragico nell’arte, è che viene valutata l’opera (se considerata valida), ma per nulla l’esercizio di essa. L’attività artistica avviene ai margini della quotidianità sociale. Nel mondo le cose vanno come vanno, e qualcuno magari si guarda un’opera di Van Gogh o un film di Carmelo Bene, poi se ne va a letto, magari un po’ triste, ma domani al lavoro. Se questo qualcuno poi ambisse ad essere un artista la cosa sarebbe ancora più complicata. Perché l’artista che voglia produrre un’opera valida deve in qualche maniera rischiare la vita.

Intendo che chiunque sia in una condizione di pericolo è più vicino alla possibilità di dire la sua ultima. Ma se questi dovesse mettersi costantemente nella condizione di dirla, allora dovrebbe fare i conti con un’angoscia costante che gli impedirebbe di vivere una vita normale. Certo normale nei termini prestabiliti dalla società, dalle usanze, la morale degli umori. Risulterà anomalo il suo fascino per l’autodistruzione, o per l’elevazione del pensiero. Più che artista gli piomberà addosso l’epiteto meritato di coglione.

Capita però che si decida di vivere come artisti. Forse capita in momenti di sprovvedutezza giovanile, quando ancora non si sa nulla di che cosa sia la vita. Ed effettivamente non è che uno poi decide di diventare artista e della vita ci capisce qualcosa. La vita complicata della burocrazia, degli affetti, della genitorialità, del lavoro, del denaro, della casa, delle bollette. Quella vita continua ad affliggere, nonostante ce ne si voglia separare. Il sogno di essere grandi e quindi serviti e riveriti. La vita da bohemienne.  Capita che si piombi così in un pozzo di stereotipi. Si è deciso di rischiare la vita perché chi sa, capisce che essa non ha valore al di fuori di essa. Si muta la realtà. Si sa che siamo noi la realtà. La realtà che si muove nel tempo…  ma intanto si è decisi da quel che era accaduto prima. E così via all’insoddisfazione e se ti va bene qualcosa di te rimarrà.

La realtà sociale non da valore a tutto questo, perché tutto questo è vano. Perché la vita di un artista, oggi, è realmente impossibile, e forse lo è sempre stata. La Storia decide quel che accadeva agi artisti. Ma in fondo che cosa accadeva di diverso, dunque, da quel che accadeva agli altri. E’ così tormentoso il fatto di dover morire? C’è chi cerca il cibo, chi il sesso, chi una domenica allo stadio, chi il paradiso e chi l’impossibile. Che cosa si vuole dare a chi cerca l’impossibile? Quel che conosciamo è, solitamente, una sculacciata. E l’artista viene sempre sculacciato.

Se ieri Cristo moriva per il vero, oggi l’artista muore per il falso. E può essere che ci sia una differenza di valore fra l’uno e l’altro.

Luca Atzori

 

 

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